"Scusate la lunghezza di questa lettera poiché non ho avuto il tempo di farla più corta". Con questa citazione, tratta da un francese (o una francese) del settecento inizia una nota di Leonardo Sciascia a Il giorno della civetta. Perché con l'illuminismo, l'attenzione alla organizzazione del sapere, alla catalogazione delle cose in modo che i fatti possano essere una buona base per il pensiero, è emerso che ci vuole più tempo e maggiore capacità a scrivere in modo sintetico che in modo prolisso (nozione che dopo quasi tre secoli non è ancora arrivata nelle università italiane).
Nel giornalismo la questione si riduce a un problema di furto di tempo. Se chi scrive non impiega il tempo necessario a sintetizzare e a rendere comprensibile la sua comunicazione, quel tempo dovrà mettercelo il lettore. E' il centro stesso del lavoro giornalistico. Un testo molto preciso ma poco comprensibile richiede molto tempo per essere digerito. Si instaura tra il giornalista e il lettore una sorta di contratto. Una comunicazione richiede complessivamente un certo tempo: una parte la mette chi scrive, un'altra chi legge. Tanto più tempo risparmia il giornalista, tanto maggiore è il tempo che ci deve mettere il lettore per leggere la (lunga) notizia fino al fondo e per comprenderla.
Il fatto è che il lettore è disponibile a impiegare sulla notizia solo una certa quantità di tempo e di concentrazione, in funzione all'importanza che per lui o lei riveste. Perciò succede che il tempo richiesto a volte diventa troppo e il contratto si rompe: il lettore non legge più la notizia.
Ciò che non serve, non è inutile, è dannoso: perché confonde, attira l'attenzione e fa fare più fatica a capire il contenuto vero. E' un principio perfettamente noto in ingegneria, dove si definisce "rumore" tutto ciò che non aggiunge nulla alla comunicazione. Se per indicare un numero bastano 2 bit, e invece noi ne trasmettiamo 6, i quattro in eccesso, che sono ridondanti, consumano capacità di elaborazione del processore che li deve interpretare inutilmente. E aumentano anche il rischio di una sbagliata interpretazione da parte del processore, nel caso di qualche errore lungo la linea.
In fondo l'apprendimento di una mente artificiale si risolve in questo: estrarre da un insieme di elementi ambientali l'informazione. Non essendo prigri per definizione, i robot forse saranno dei buoni giornalisti.
Osservazioni e spunti sull'intelligenza umana e su quella artificiale senza un ordine preciso.
mercoledì 15 agosto 2012
giovedì 7 giugno 2012
Rete a riconoscimento del già visto
Tentare di realizzare una memoria sul modello di quella umana potrebbe
partire da questo esperimento: costuruire una rete neurale collegata a
una webcam (meglio sarebbero due, ma forse conviene in una seconda fase,
per avere una fonte video stereoscopica) sulla quale arriva un flusso
continuo di oggetti visualizzati dentro una dimensione reale piena di
rumore (altri oggetti, persone, mobili...). In una prima fase lo scopo
sarebbe quello di insegnare alla rete a distinguere ciò che ha già visto
da quello che è nuovo.
In una seconda fase dovrebbe poi imparare a distinguere tra loro gli oggetti conosciuti e ad associare a ciascuno un simbolo, anche questo in arrivo dal mondo reale, cioè disegnato su un pezzo di carta e mostrato.
Il riconoscimento di singoli oggetti esiste già ed ha raggiunto livelli anche relativamente evoluti. Ma si basa su un apprendimento guidato con il quale la rete gradualmente, modificando progressivamente i pesi dei propri neuroni, impara a riconoscere ciò che il progettista decide e indica. Insomma ci sono dei target molto chiari, non c'è autonomia. La rete non distingue ciò che ha visto da ciò che non ha visto, impara solo a riconoscere determinati oggetti. Con questo altro approccio invece la rete guadagna un certo grado di autonomia che consente poi in un secondo tempo associazioni tra oggetti dell'universo di riferimento, elemento finora scarsamente esplorato negli esperimenti di robotica.
In una seconda fase dovrebbe poi imparare a distinguere tra loro gli oggetti conosciuti e ad associare a ciascuno un simbolo, anche questo in arrivo dal mondo reale, cioè disegnato su un pezzo di carta e mostrato.
Il riconoscimento di singoli oggetti esiste già ed ha raggiunto livelli anche relativamente evoluti. Ma si basa su un apprendimento guidato con il quale la rete gradualmente, modificando progressivamente i pesi dei propri neuroni, impara a riconoscere ciò che il progettista decide e indica. Insomma ci sono dei target molto chiari, non c'è autonomia. La rete non distingue ciò che ha visto da ciò che non ha visto, impara solo a riconoscere determinati oggetti. Con questo altro approccio invece la rete guadagna un certo grado di autonomia che consente poi in un secondo tempo associazioni tra oggetti dell'universo di riferimento, elemento finora scarsamente esplorato negli esperimenti di robotica.
Memoria per associazioni? Per una fuga rapida
Il motivo per cui la memoria funziona per associazioni, partendo dai sensi, probabilmente ha un'origine oltre che evolutiva anche funzionale. E' fondamentale per un animale che si trova davanti a un predatore riconoscerlo immediatamente. Perciò il cervello deve funzionare in modo da richiamare subito alla memoria le caratteristiche della figura che ci si trova davanti. Per fare questo occorre un meccanismo diretto. Se la memoria avesse funzionato come la griglia di un hard disk, in cui per accedere alle informazioni occorre fare una scansione, dell'indice delle informazioni, l'accesso sarebbe stato decisamente più lento. Tutte le funzioni primarie, l'alimentazione, l'accoppiamento, la gestione dei rapporti sociali, esigono un accesso alla memoria molto rapido. Tutte le cose la cui presenza non è immediata naturalmente sono meno urgenti e consentono un pensiero più lento e speculativo. Per questo motivo la memoria è associata in primo luogo ai sensi e in questo modo alla realtà immediata. Le cose non immediatamente presenti, come il ricordo di un fatto avvenuto in passato in un posto lontanto, possono essere richiamate con meno urgenza ed essere oggetto di un pensiero più articolato nel richiamo.
Probabilmente poi c'è anche un motivo evolutivo, legato al fatto che una griglia di informazioni va progettata, è difficile immaginarne una evoluzione da qualcosa di primitivo a qualcosa di più evoluto senza un intervento esterno di progettazione.
Probabilmente poi c'è anche un motivo evolutivo, legato al fatto che una griglia di informazioni va progettata, è difficile immaginarne una evoluzione da qualcosa di primitivo a qualcosa di più evoluto senza un intervento esterno di progettazione.
venerdì 27 aprile 2012
Sintesi vocale naturale
Per realizzare un corretto sintetizzatore vocale il modo più efficiente è probabilmente quello di assegnare a ogni parola, in un dizionario, il suo corrispettivo nell'alfabeto fonetico internazionale (Ipa) e far leggere al sintetizzatore quest'ultimo. In questo modo la lettura, trovando correttamente codificati accenti e suoni, non dovrebbe presentare sorprese (per esempio "asino" letto con la esse dolce e non pronunciata come in Sassari).
Ma le persone non imparano a leggere in questo modo. Noi associamo mnemonicamente dei suoni a dei segni, e in genere buona parte di questi sono parole intere. Quello che un bambino fa, per prima cosa, è creare un dizionario di suoni e segni associati. Le regole fonetiche applicate alle singole lettere si applicano soltanto sulle parole sconosciute, di quelle conosciute la pronuncia è associata alla parola, non alle lettere che la compongono. In italiano una chiara dimostrazione di questo meccanismo emerge dall'uso della s: nessuno confonde la pronuncia da affidare a questa lettera in "sale" o "asta" con quella che alla stessa lettera viene assegnata in "visuale" o "tesoro". Eppure si tratta di due suoni diversi. Ma la cosa più sorprendente è che in genere nessuno si accorge che si tratti di suoni diversi finché la sua attenzione non viene portata sul problema.
Perciò un sintetizzatore che segua il percorso di apprendimento umano deve prima essere educato alle parole intere con un processo di imitazione (pronuncia della parola, comparazione del suono originale con quello pronunciato, correzione e nuova pronuncia, in un ciclo che termina quando la parola pronunciata e quella originale si assomigliano molto) e solo dopo essere educato alle lettere. In questo modo, come nel caso umano, le regole di pronuncia delle lettere saranno applicate alle parole solo in via complementare e non in via prioritaria. Così la pronuncia risulterà naturale e l'apprendimento della macchina risulterà simile a quello umano.
Diversamente, occorrerà associare a ogni parola il suo corrispettivo codice fonetico, che non sempre è disponibile, e il comportamento della macchina sulla pronuncia delle parole sarà molto artificiale e del tutto separato dall'apprendimento del linguaggio (in termini di significato e uso delle parole), a cui invece dovrebbe essere legato.
Ma le persone non imparano a leggere in questo modo. Noi associamo mnemonicamente dei suoni a dei segni, e in genere buona parte di questi sono parole intere. Quello che un bambino fa, per prima cosa, è creare un dizionario di suoni e segni associati. Le regole fonetiche applicate alle singole lettere si applicano soltanto sulle parole sconosciute, di quelle conosciute la pronuncia è associata alla parola, non alle lettere che la compongono. In italiano una chiara dimostrazione di questo meccanismo emerge dall'uso della s: nessuno confonde la pronuncia da affidare a questa lettera in "sale" o "asta" con quella che alla stessa lettera viene assegnata in "visuale" o "tesoro". Eppure si tratta di due suoni diversi. Ma la cosa più sorprendente è che in genere nessuno si accorge che si tratti di suoni diversi finché la sua attenzione non viene portata sul problema.
Perciò un sintetizzatore che segua il percorso di apprendimento umano deve prima essere educato alle parole intere con un processo di imitazione (pronuncia della parola, comparazione del suono originale con quello pronunciato, correzione e nuova pronuncia, in un ciclo che termina quando la parola pronunciata e quella originale si assomigliano molto) e solo dopo essere educato alle lettere. In questo modo, come nel caso umano, le regole di pronuncia delle lettere saranno applicate alle parole solo in via complementare e non in via prioritaria. Così la pronuncia risulterà naturale e l'apprendimento della macchina risulterà simile a quello umano.
Diversamente, occorrerà associare a ogni parola il suo corrispettivo codice fonetico, che non sempre è disponibile, e il comportamento della macchina sulla pronuncia delle parole sarà molto artificiale e del tutto separato dall'apprendimento del linguaggio (in termini di significato e uso delle parole), a cui invece dovrebbe essere legato.
giovedì 26 aprile 2012
Jobs off topic
Questo è un post un po' fuori tema ma ho deciso di pubblicarlo lo stesso, mi sembra pertinente ai problemi dell'intelligenza... :)
Il fatto che Steve jobs sia diventato un leader carismatico è la conseguenza del fatto che viviamo in una società che non crede e non vuole credere più a niente. Tra gli anni 50 e 70 i leader carismatici erano considerati Gandhi, Che Guevara, Mao: persone che, nel bene o nel male, proponevano un cambio radicale della società. Oggi il leader carismatico è un uomo che promuove il sogno di fare dei telefonini migliori, più belli e funzionali. E' il segno che la società non vuole credere in qualcosa, non ne ha più il coraggio, ma ha bisogno di credere in qualcuno e si sceglie dei leader minimalisti. E' ben triste il nostro destino se a cambiare le nostre vite è la grafica rinnovata di un cellulare.
Il fatto che Steve jobs sia diventato un leader carismatico è la conseguenza del fatto che viviamo in una società che non crede e non vuole credere più a niente. Tra gli anni 50 e 70 i leader carismatici erano considerati Gandhi, Che Guevara, Mao: persone che, nel bene o nel male, proponevano un cambio radicale della società. Oggi il leader carismatico è un uomo che promuove il sogno di fare dei telefonini migliori, più belli e funzionali. E' il segno che la società non vuole credere in qualcosa, non ne ha più il coraggio, ma ha bisogno di credere in qualcuno e si sceglie dei leader minimalisti. E' ben triste il nostro destino se a cambiare le nostre vite è la grafica rinnovata di un cellulare.
giovedì 12 aprile 2012
Questo non c'è ciccio
"Questo non c'è ciccio". Mia figlia, 17 mesi, indica la catenina di plastica che serve a evitare che il ciuccio cada per terra quando se lo toglie di bocca. A una estremità della catenita è legata una pinzetta che si stringe sul colletto. All'altra è legata il ciuccio. Solo che, staccato per essere lavato, adesso il ciuccio, il "ciccio" come lo chiama lei, non c'è. La frase vuole dire a tutti gli effetti "Sulla catenina manca il ciuccio". La prima cosa che manca alla frase è la preposizione. Le prime frasi complete dei bambini mancano di preposizioni, o di casi, a seconda delle lingue. Il tipo di complemento (se di termine, di specificazione, oggetto, ecc) si capisce dal contesto. Mia figlia poi usa in modo particolare "c'è", che può assumere vari significati: "è", "c'è", "voglio", "dammi". Per esempio "non c'è pappa" vuol dire "non voglio più pappa".
Oppure "questo è nonno", indicando un'auto, significa "questa è la macchina di nonno". Una cosa che sembra mancare è la nozione di soggetto. Le frasi sembrano essere piane, senza un centro e una periferia, come in genere sono le frasi degli adulti: un soggetto, un'azione, un oggetto e vari complementi, con un progressivo spostamento dal centro dell'azione alla sua periferia. E' difficile stabilirlo però con certezza, potrebbe essere solo una suggestione. O potrebbe indicare che il cervello è più predisposto per una organizzazione piatta del linguaggio che per una gerarchica e funzionale, come quella che si acquisisce da adulti.
Oppure "questo è nonno", indicando un'auto, significa "questa è la macchina di nonno". Una cosa che sembra mancare è la nozione di soggetto. Le frasi sembrano essere piane, senza un centro e una periferia, come in genere sono le frasi degli adulti: un soggetto, un'azione, un oggetto e vari complementi, con un progressivo spostamento dal centro dell'azione alla sua periferia. E' difficile stabilirlo però con certezza, potrebbe essere solo una suggestione. O potrebbe indicare che il cervello è più predisposto per una organizzazione piatta del linguaggio che per una gerarchica e funzionale, come quella che si acquisisce da adulti.
domenica 11 marzo 2012
Massa neurale
Mia figlia ha un anno e mezzo e la sua capacità di apprendimento è impressionante. Ogni giorno non solo apprende cose nuove, ma le mette in relazione e impara ad esprimerle.
Uno dei motivi per i quali un bambino di un anno e mezzo ha una velocità di apprendimento non paragonabile a quello del pur eccezionale robot icub sviluppato a Genova è che la massa cerebrale del bambino cresce. Più punti e più connessioni si sviluppano nella rete neurale di un bambino, mentre la struttura neurale del robot, pur evolvendosi, non cresce in termini quantitativi. Il numero di punti e di connessioni è sostanzialmente stabile. Perciò, anche raffinando ed evolvendo la struttura della rete neurale del robot, non ci potrà mai essere una reale competizione finchè la struttura "cerebrale" della macchina non sarà in grado, oltre che di apprendere nuovi pattern, di accrescere significativamente la propria massa durante l'apprendimento e in funzione di questo.
Uno dei motivi per i quali un bambino di un anno e mezzo ha una velocità di apprendimento non paragonabile a quello del pur eccezionale robot icub sviluppato a Genova è che la massa cerebrale del bambino cresce. Più punti e più connessioni si sviluppano nella rete neurale di un bambino, mentre la struttura neurale del robot, pur evolvendosi, non cresce in termini quantitativi. Il numero di punti e di connessioni è sostanzialmente stabile. Perciò, anche raffinando ed evolvendo la struttura della rete neurale del robot, non ci potrà mai essere una reale competizione finchè la struttura "cerebrale" della macchina non sarà in grado, oltre che di apprendere nuovi pattern, di accrescere significativamente la propria massa durante l'apprendimento e in funzione di questo.
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